How waste was collected in Padua

Un ricordo di come venivano raccolti i rifiuti a Padova.

Dopo l’annessione al Regno d’Italia, l’appalto per la pulizia urbana diventa sempre più importante per uomini e mezzi utilizzati. Quello bandito nel gennaio del 1867 prevede 30 uomini, 10 cavalli e 10 carri a 2 ruote, 20 carretti a mano coperti.

È in questo periodo che arrivano come nuovi appaltatori i fratelli Calore, detti Fai, che terranno poi a lungo l’incarico.
Solo nel 1891 nasce infatti la Società anonima cooperativa di lavoro fra operai selciatori, spazzaturai e affini, con lo scopo di concorrere ai tre appalti comunali: manutenzione, bagnatura e pulitura delle strade. Gli appalti saranno effettivamente assunti nel gennaio del 1892. Gli spazzini sono allora 48. La spazzatura generale della città dev’essere finita due ore prima dell’alba, mentre quella parziale prosegue fino a un’ora dopo l’accensione dei fanali pubblici. La spazzatura viene raccolta per un giorno in quattro deposi ti temporanei posti in “luoghi appartati della città” (1 poi trasportata in letamai distanti almeno trecento metri dalla circonvallazione esterna. L’impresa SI occupa della zona centrale; nelle vie laterali vanno invece i letamaioli avventizi che però lavorano quando vogliono; ad esempio non a luglio quando c’è la trevviatura.

Nell’aprile del 1899, tuttavia, la Cooperativa fallisce; il Comune acquista tutta l’attrezzatura, scioglie il contratto e assume in economia i tre servizi.

Nel 1920 viene costuito accanto al Bastione di via Ognisanti un impainto con centi celle zimotecniche Becacri. Si tratta sostanzialmente si stanzette raccolta chiuse dove avviene la fermentazione delle immondizie.
Nel 1928 l’appalto per la pulizia stradale viene affidato alla Cooperativa  “L’Autocombattente” di Antonio Marone e Salvatore Castelli. La ditta propone l’adozione dei pozzetti di raccolta Augias e domanda che le siano concesse in uso gratuito le celle Beccari. Richiede inoltre l’esclusiva della rimozione delle immondizie domestiche.

L’impresa provvederà quindi all’impianto di circa 350 pozzetti, interrati a distanza variabile tra i
25 e i 40 metri, che sostituiscono i depositi temporanei e che vengono svuotati di notte, utilizzando quattro autoelettriche dotate di gru e cassoni.

Dal 1931 la ditta cambia denominazione, divenendo “Ditta Castelli Salvatore, già L’ Autocombattente”. L’appalto viene comunque confermato e via via prorogato anche durante il periodo bellico, giungendo fino al dicembre 1945, a guerra conclusa. Già nell’agosto di quell’anno, tuttavia, la ditta annuncia la sua intenzione di rinunciare al servizio, ritenendolo non più sufficientemente remunerativo.

Nel frattempo era nata la Cooperativa “Padova” che raccoglieva tutto il personale della ditta Castelli e che, nel luglio del 1946, comincerà il suo lungo periodo di servizio. A quell’epoca la Cooperativa ha 118 dipendenti. Si usano carrettini coperti e restano in uso i pozzetti Augias. L’appalto prevede, tra l’altro, che la ditta si tenga tutto il ricavato della vendita dei rifiuti. Resta ai privati autorizzati la possibilità di raccogliere l’immondizia nelle vie non servite dall’impresa.
A metà degli anni Cinquanta i carri a trazione animale sono ormai scomparsi; alloro posto ci sono autocompressori (camion attrezzati) e carrellini portabidoni.
A fine 1959 l’Amministrazione comunale delibera la costruzione di un forno di incenerimento nella zona di San Gregorio, lungo l’argine del Piovego.
Un fatto significativo avviene nel giugno del 1960: la Cooperativa “Padova” rinuncia infatti alla proprietà delle immondizie raccolte, lasciando al Comune l’onero dello smaltimento. Evidentemente i rifiuti non sono più una risorsa appetibile, ma stanno diventando un problema.
Nel 1961 l’assessore alle aziende municipali, Balbino Del Nunzio, scrive: Fino a qualche anno fa la preoccupazione maggiore era rivolta alle prime due fasi del servizio, raccolta e trasporto; alla eliminazione dei rifiuti si provvedeva con la cernita dei materiali di ricupero e con l’impiego in agricoltura …
II soccorso dell’agricoltura peraltro è venuto a mancare per un duplice motivo: da una parte il modificato regime alimentare delle popolazioni cittadine ha alterato la composizione dei rifiuti dando la preminenza a materiali inerti, di ricupero difficile e di scarsa o nulla attitudine a trasformazioni in concime; d’altra parte le migliorate condizioni dell’agricoltura hanno incrementato l’uso dei fertilizzanti chimici.
In definitiva il risultato è stato ed è che giornalmente si accumulano quantità ingenti di rifiuti, che non trovano alcuna via di eliminazione.
Nel 1962 il primo forno inceneritore è già una realtà e comincia a funzionare; nel 1965 viene invece deliberata la costruzione di un secondo forno.
Di questo periodo è anche il lungo dibattito tra le forze politiche e sindacali sulla municipalizzazione dell’azienda che però non dà un esito immediato: alla fine il provvedimento viene infatti rinviato, anche se solo provvisoriamente.
Nell’agosto del 1972 il Comune approva una delibera con cui si consegna alla Cooperativa il secondo forno d’incenerimento. Ma la lunga storia della Cooperativa “Padova” volge ormai al termine. Si torna infatti a parlare di municipalizzare il servizio e il15 agosto del 1973 la Cooperativa cessa la raccolta. Poco dopo, nell’aprile del 1974 verranno chiusi i pozzetti Augias, segnando la fine di un’epoca. In quello stesso anno, infatti, sarà la nascita dell’Amniup, l’azienda municipalizzata, a sancire la svolta e a inaugurare una nuova era che Italo Calvino, nel suo “Le città invisibili”, così prefigura:
“La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per fare posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono godere delle cose nuove e diverse o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori delle città, certo; ma ogni anno la città si espande e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste si innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto: aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. È una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo se sullo smisurato immondezzaio non stessero premendo, al di là del crinale, immondezzai di altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti: forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari di anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita di nuovo. Già dalle città vicine sono pronti con i rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai… ” (Da “Le città invisibili”, di Italo Calvino)

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